Il concetto di “compositore” nel jazz

jazz composer

Il concetto di compositore nel jazz ha qualche somiglianza con quello della musica classica, ma forse il numero delle differenze è ancor più grande. Ciò perché, in senso reale, e a differenza della musica classica in cui un musicista segue uno spartito, ogni musicista di jazz, dato che deve improvvisare la propria musica, è un compositore. In molte “jam session”, ossia quando si suona per la prima volta con degli sconosciuti, il jazzista propone un blues o qualche struttura nota a tutti, senza preparazione o prova. In una tipica seduta di registrazione, se il 33 giri o il CD necessita di qualche minuto in più, si trova all’istante qualche riff – forse uno che sarebbe stato dimenticato il giorno dopo, se non fosse per la registrazione – e l’autore viene considerato compositore del brano. Eppure ciò non fa di lui un compositore di jazz.

Il compositore di jazz è un musicista le cui conquiste musicali, come esecutore ed improvvisatore, sono sorpassate dalla creazione di un insieme di conoscenze, di solito basate su di una nuova e profonda teoria musicale, dimostrata nella composizione di nuovi brani, che proiettano l’ascoltatore in un mondo nuovo, in uno stile particolare ed originale, dal punto di vista armonico e ritmico, e che rappresenta un contributo durevole al jazz. I compositori nel jazz non sono molti ed i maggiori sono senza dubbio:

Jelly Roll Morton (Ferdinand Joseph La Menthe), 1885 – 1941, pianista e direttore d’orchestra

Duke Ellington (Edward Kennedy E.), 1989-1975, pianista e direttore d’orchestra

Thelonious Monk, 1917 – 1982, pianista e direttore d’orchestra

Charles Mingus, 1922 – 1971, contrabbassista e direttore d’orchestra.

Naturalmente se ne potrebbero aggiungere altri: Spike Hughes, un musicista irlandese che si recò a New York nel 1933 per far registrare i suoi brani irlandesi da un’orchestra con i massimi jazzisti dell’epoca, per poi ritirarsi dalla scena – si vedano i suoi Arabesque and Donegal Cradle Song. André Hodeir, critico francese [Hodeir, Hodeir2 e Hodeir3], compositore di musica classica e di musica da film; Michel Legrand, musicista di jazz francese, che ha composto per film. Tuttavia, per questi l’attività di compositore sembra occasionale ed incostante e, nonostante le conquiste – specialmente Hughes, forse Hodeir – non hanno avuto influenza duratura. Forse lo stesso si può dire per John Lewis, l’”inventore” del Modern Jazz Quartet (Delaunay’s Dilemma, Django, Concorde) e teorico di una fusione, con Gunther Schuller, fra jazz e musica classica, dapprima barocca (Cortege) poi moderna (Third Stream Music), belle idee talvolta ben realizzate, ma che non hanno rappresentato una vera nuova tendenza che potesse essere seguita da altri jazzisti.

È curioso, e forse ingiusto, che altri musicisti che tanto hanno contribuito al jazz non possano essere chiamati compositori. Fats Waller, Charlie Parker, Miles Davis, Horace Silver, Benny Golson, John Coltrane sono forse i primi che vengono in mente – sia per le loro opere originali, poi riprese da altri, che per il loro contributo alla teoria del jazz – a cui si potrebbe aggiungere Coleman Hawkins, Lester Young, Benny Carter, Sy Oliver, Tadd Dameron, Ornette Coleman. Ciò perché la loro abilità di esecutori è stata tanto alta da offuscare il contributo da compositore, o perché la loro opera e ricerca teorica, pur avendo marcato il jazz, era vista in funzione dell’evoluzione della loro espressione. Ciò vale per Parker e la sua teoria degli intervalli superiori (come in Koko derivato da Cherokee), lo stile “cool” di Miles Davis alla fine degli anni ’40 (Boplicity) e la teoria avanzata di Coltrane di accordi sostitutivi basata sulla progressione con salti di terza minore e quarta (Body And Soul, Countdown e Giant Steps).

C’è forse un nome che manca alla lista dei compositori: quello del profeta del free jazz Sun Ra. Ho conosciuto bene Sun Ra come suo studente nel corso “Perspectives in Afro-American Studies” all’Università della California a Berkeley nel 1972, insegnato da lui con la sua Arkestra al completo, cantanti, ballerini, proiezioni (delle Piramidi, dello spazio), con i suoi vestiti spazial-antichi. Ho seguito le sue derivazioni cabalistiche e le sue storie, come love ? live ? evil ? Satan ? Saturn ? Black Planet (i neri verrebbero da Saturno, luogo cattivo, per portare amore e vita in questo mondo corrotto), “It’s after the end of the world, don’t you know it yet?” (il mondo è finito 3’000 anni fa ma non ce ne siamo accorti!), “Space is the Place”, e la sua teoria della “musica delle sfere” che l’artista sente e traduce per noi. Ho seguito con piacere tutti i suoi concerti – con i suoi solisti Marshall Allen, John Gilmore, Pat Patrick – che erano degli show multimediali, e le ricreazioni di Duke Ellington (Lightning) e Fletcher Henderson (Yeah, Man). Tuttavia, forse per quella ragione non ho mai acquistato nessun disco di lui, perché la sua musica, per grande che fosse, era per me associata strettamente con la sua visione e filosofia. Quindi mi dispiace di non aver niente da contribuire di Sun Ra.

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