Le origini del jazz ed i suoi creatori

new orleans

Si può tranquillamente dissipare il mito di New Orleans come unica fonte di tutta la saggezza jazzistica, nonché del mito razzista della “innata” superiorità dei neri.

Si dice di solito che quella musica che conosciamo sotto il nome di jazz (o jass) prende una forma più o meno definitiva fra le bandelle di New Orleans verso la fine dell’ottocento. Si tratta certamente di una semplificazione, tuttavia vi sono aspetti storici e sociologici che fanno di questa città un posto unico a quei tempi: la posizione centrale nel bacino dei Caraibi, con Cuba, Giamaica, Trinidad ed altri luoghi che hanno svolto un ruolo essenziale nella conservazione di ritmi africani nelle piantiagioni – e nel famoso Congo Square a New Orleans; la tradizione spagnola e francese – il Cattolicesimo non impediva le manifestazioni musicali, né delle bandelle né nelle chiese, e la musica da danza era tollerata; la proliferazione di bordelli di alta classe nel quartiere di Storyville, chiusi nel 1917, che sostenne pianisti e permise loro di far evolvere il ragtime; l’esistenza di una classe media mulatta, i creoli, con una tradizione musicale copiata dalla Francia, a cui poterono attingere i neri quando i creoli vennero “abbassati” al loro livello; l’esistenza di molte società, parchi pubblici e feste che avevano bisogno di orchestre da ballo.

Tuttavia la sintesi della musica occidentale e ritmi africani stava succedendo sul tutto il territorio degli Stati Uniti (e oltre): Saint Louis era ad esempio un centro del ragtime – una musica scritta su spartito da precursori del jazz – che si estendeva fino a Memphis, Kansas City, lungo tutto il sud-ovest fino al Texas, e più tardi verso nord, da Chicago alla futura mecca del jazz, New York – senza dimenticare, ancora una volta, il contributo costante dei Caraibi.

Si può certo affermare che tutti gli innovatori del jazz provengono dalla comunità afroamericana. È certo legittimo pensarla così, ma non perché – come molti hanno asserito in passato – perché “i negri hanno il ritmo nel sangue” – uno stereotipo razzista che va con quello del “nero felice e ignorante che pensa solo a ballare”, come dicono le parole della canzone Underneath the Harlem Moon – ma per un fatto di cultura.

È pure inaccettabile che l’abilità di divenire grandi musicisti di jazz dipenda dall’origine razziale (qualsiasi cosa si intenda per “razza”, un concetto per il quale non vi è alcuna base scientifica, come indicano le ricerche sul DNA che dimostrano che tutti gli essere umani sono imparentati, indipendentemente dal colore della pelle; e specialmente gli afro-americani, già mescolati con i bianchi ed imparentati con gli indiani indigeni, gli asiatici e così via).

È forse più ragionevole assumere che un bambino immerso in una certa atmosfera, come quella della Chiesa nera e della sua musica (Monk, Aretha Franklin), con gospels, blues, locali notturni (Charlie Parker) e dischi di jazz, abbia una maggior intuizione, da adolescente, per innovazioni nel jazz, di quella di chi è stato allevato con la ninna nanna di Brahms (capitolo 12), Mozart e Beethoven – che il bambino sia nero, bianco o verde.

È pure ragionevole notare che vi sono eccezioni alla regola del “nero”: quali il cornettista e pianista Bix Beiderbecke, di origine tedesca dello Iowa, il primo ad essere stato imitato da neri; Django Reinhardt, gitano del Belgio, grande influenza sui chitarristi d’oltre oceano. Senza dubbio il messaggio culturale del ghetto nero è diverso da quello di una casa di bianchi della classe media, anche se uno dei maggiori innovatori, Miles Davis, proveniva da un agiato ambiente di East St.Louis, e molti jazzisti avevano diplomi universitari, come Fletcher Henderson e Jimmie Lunceford.

Quindi il jazz è il frutto del crogiolo americano.

Senza armonia europea, bandelle anglosassoni con ottoni, danze francesi riprese dai creoli, ritmi spagnoli, arie italiane, percussioni africane, il mondo del jazz come lo conosciamo non sarebbe esistito. Ma ancora una volta, ricordiamo che non è il materiale originale che è importante nel jazz, ma come viene usato per trasmettere il messaggio. È anche vero che senza la tecnologia moderna come la registrazione – il documento nel jazz è il disco – i brani di jazz non avrebbero potuto essere conservati e la sua evoluzione non sarebbe stata possibile.

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