La tecnica strumentale nel jazz

tecnica strumentale

Non c’è dubbio che, in modo indipendente, i jazzisti abbiano sviluppato tecniche strumentali che, soprattutto per gli strumenti a fiato, vanno al di là di quello che ci si aspetta da un musicista classico, senza ancora entrare in merito sulla facilità di improvvisare e di swingare.

Tuttavia questa tecnica è spesso non ortodossa ed incompleta.

Ciò capita perché, per quanto grande possa essere la tecnica di un jazzista, essa è stata sviluppata in funzione del messaggio. E niente più. E non in funzione dell’abilità di interpretare musica che non sia la propria.

In più, molti jazzisti hanno fatto coscientemente degli sforzi per sviluppare tecniche non ortodosse, perché quella disponibile, ad esempio delle scuole di musica, non era adatta o sufficiente. Esempi sono l’ampia sonorità di Coleman Hawkins e di Ben Webster al sax tenore, con vibrato e “growl”, l’uso di sordine da parte di Cootie Williams, Sy Oliver, Buck Clayton e Tricky Sam Nanton, l’uso dei muscoli del ventre da parte di Monk per accentuare l’uso percussivo del pianoforte, la riservatezza di Miles Davis, i modelli africani nella batteria di Art Blakey, i suoni “astratti” dei sassofonisti del free jazz , tutte tecniche all’opposto di quella classica.

A parte qualche eccezione (Art Tatum, Bill Evans, Lee Konitz, Paul Desmond) la tecnica strumentale nel jazz ha poca somiglianza con quella della musica classica – forse un altro fattore che ha allontanato dal jazz gli amanti della musica classica, a proprio agio con sonorità standardizzate – perché l’idea nel jazz è precisamente quella di non riferirsi ad uno standard preesistente, ma di sviluppare il proprio modo di esprimere il messaggio, come in poesia.

Il fatto che il musicista di jazz usi la sua tecnica in funzione di quello che vuol dire, e non come bagaglio che gli permette di eseguire musica in un contesto sconosciuto anche se standardizzato, come per chi ha un’istruzione classica, ha serie conseguenze.

Ad esempio, in molti brani considerati capolavori del jazz, il musicista sfrutta tutta la sua arte, prende rischi, dà al brano un alone di incompletezza ed imperfezione, che però ha poca importanza, finché il messaggio passa. Quindi i brani di jazz possono essere pieni di errori di esecuzione: note di tromba stonate nell’opera di Louis Armstrong, fischi d’ancia in quella del sassofonista Charlie Parker, arpeggi irregolari del pianista Thelonious Monk, note sforzate del sassofonista John Coltrane, tutti errori di esecuzioni di jazzisti con una tecnica prodigiosa.

D’altro canto vi sono gli eccessi della tecnica del pianista Art Tatum, all’opposto dell’incostanza di Bud Powell. La conquista di nuovi territori nel jazz è ottenuta al costo di qualche errore musicale, e che il tentativo sia del maestro che di suoi discepoli, anche ben intenzionati, di correggere questi errori non aggiunge niente, anzi detrae dalla freschezza pionieristica della prima opera.

Meglio ancora, l’opera perfetta di jazz è quella in cui il musicista riesce a mettere tutta quanta la sua tecnica al servizio dell’espressione, usandola per quanto necessaria, e non di più. Difatti, un jazzista con buone idee ma con tecnica deficiente è tanto inascoltabile quanto uno che usa scintille di virtuosismi senza niente da dire.

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